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5.3. RAFFAELE FIORELLA
18 Ott 2016

Barletta, 13 settembre 2016.

 

 

Raffaele mi ha sempre fatto venire in mente l’attitudine riflessiva e la poesia di Leopardi.

Nelle sue opere c’è infatti qualcosa di quella malinconia, di quell’atteggiamento disincantato eppure portato costantemente alla meraviglia, di quell’antipatia viscerale per il cinismo e per gli esibizionismi inutili: “La facoltà sensitiva dell’uomo, in questi luoghi si limita al solo vedere. Questa è l’unica sensazione degl’individui, che non si riflette in verun modo nell’ interno. (…)  …e lo spettacolo del quale v’è impossibile di far parte, v’annoia al secondo momento, per bellissimo che sia” (Giacomo Leopardi, Lettera a Carlo Leopardi, Roma 6 dicembre 1822).

Mentre siamo qui sulla terrazza di casa sua a Barletta, vicino al mare, penso che per me questo artista è sempre stato un enigma: è sfuggente, ma non capisci mai quello che sta veramente pensando. E questa qualità inafferrabile si trasferisce naturalmente nei suoi lavori, nelle sue animazioni digitali: “a me piace la sospensione delle cose”. Tutte le figure e le storie sono appunto sospese, in una sorta di atmosfera rarefatta. Aleatorie e precarie come l’esistenza.

 

 

Per esempio, le nature morte - fatte di detriti, frammenti, scorie di figurazione - che realizza integralmente al computer, a partire da semplicissime forme geometriche: Raffaele mi ha spiegato che questi oggetti sono considerati come “quando sei sulla spiaggia”. Sei in riva al mare, e le onde portano detriti frammenti scorie di figurazione. Un ramo puntuto infilza una testa vuota che è una maschera che non è una maschera, un quadrato di stoffa svolazza nel vento. E la spiaggia è scomparsa, è solo una spiaggia mentale, la spiaggia non c’è mai stata. Una desolazione affrontata con molta allegria, senza pensieri – quasi adolescenziale.  

È una disposizione adolescenziale dell’animo che però acquisisce tutti i tratti della saggezza che proviene dall’età e dall’esperienza, riuscendo abbastanza miracolosamente a conservare intatta la freschezza. Qualcosa che sta tra gli haiku e Holden Caulfield, con la sua ossessione di “acchiappare” altri ragazzi che camminano nei campi di segale, prima che precipitino dal dirupo (The Catcher in the Rye).

 

 

Anche Raffaele, a modo suo, è un “catcher” – che riesce a tenere insieme impossibilmente cose disparate, come: la cultura mediterranea; la pittura metafisica; la grafica 3D e il video; il mondo dei fumetti e dei cartoni animati; una solida tradizione dell’arte contemporanea.

Prendete i simpatici personaggi di terracotta, seduti in quella che lui chiama una “sala d’attesa”: si tratta certamente di un’esperienza ultraterrena; osservarli significa vedere le figurine Hieronymus Bosch frullate attraverso secoli successivi di psichedelia; e ognuno di questi personaggi è una sfumatura dell’anima di Raffaele.

 

 

L’idea stessa di “personaggio” è fondamentale per entrare nel suo processo creativo: protagonisti di libri immaginari, narrazioni che non esistono, sono il punto d’incontro tra autobiografia e fiction. Ognuno risponde a un istinto, a una pulsione che lo porta a far emergere, in un punto preciso dello spazio e nel tempo, ciò che ha dentro. Così, un omino tutto bianco si affaccia dal balcone – il catcher ha acchiappato quello che doveva – e questa ricerca si sta sviluppando nel silenzio e nella concentrazione, approfondendo la propria voce autentica e eliminando man mano tutto il rumore bianco superfluo, ciò che non serve e che non rimane:

 

 

“Ora il passeggio, gli spettacoli e le Chiese sono le principali occasioni di società che hanno gl’italiani, e in essi consiste, si può dir, tutta la loro società (parlando indipendentemente da quella che spetta ai bisogni di prima necessità), perché gl’italiani non amano la vita domestica, né gustano la conversazione o certo non l’hanno. Essi dunque passeggiano, vanno agli spettacoli e divertimenti, alla messa e alla predica, alle feste sacre e profane. Ecco tutta la vita e le occupazioni di tutte le classi non bisognose in Italia. Conseguenza necessaria di questo è che gl’italiani non temono e non curano per conto alcuno di essere o parer diversi l’uno dall’altro, e ciascuno dal pubblico, in nessuna cosa e in nessun senso” (Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, 1824).

 


Scritto da: Christian Caliandro