NO. THE BEAUTY OF INEVITABLE FAILURE
JOURNAL

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Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.... A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù...

Il progetto Giovani Energie Creative ha avuto luogo a maggio 2018.

16 ragazzi, 7 provenienti dall’Accademia di Belle Arti e 8 provenienti dal progetto Energie Sociali, hanno lavorato per 3 giornate con 3 artisti, 1 curatore e 2 blogger per realizzare opere individuali e collettive, ed una mostra finale che si è svolta in Sala Birolli.

I ragazzi hanno lavorato per 3 giorni riuscendo a partire da un’idea e attraverso gli workshop proposti dagli artisti e gli stimoli nati dal confronto con le blogger, hanno potuto partecipare alla nascita e sviluppo dell’idea creativa e la sua traduzione pratica e alla sua presentazione al pubblico.

Dall’incontro e dalla contaminazione tra stili di vita, culture e professionalità è nato un confronto ricco e intenso, che ha permesso ai ragazzi non solo di confrontarsi tra loro, ma di imparare di più sulle professioni legate al mondo dell’arte e della comunicazione.

Nel pensare al progetto da realizzarsi con i ragazzi siamo partiti dal ‘No’. Se per i bambini dai 2 ai 4 anni questa negazione indica una fase oppositiva che sancisce non solo un’autonomia ma anche l'avvenuta consapevolezza della distinzione tra il sé e gli altri, nella fase adolescenziale essa è ribellione, opposizione spesso a prescindere, attraverso la quale si cerca una separazione e distinzione dai genitori. Si tratta di momenti cruciali di passaggio grazie ai quali ci si autodefinisce o si cerca di farlo. Spesso però in queste fasi, più che essere ascoltati capita di venire deviati. Deviati dalle esigenze delle persone più adulte, dai nostri genitori che credono di sapere che cosa sia giusto per noi o che spesso fanno fare a noi ciò che loro non sono riusciti a fare. Così i nostri desideri vengono deviati, le nostre passioni sminuite e messe da parte. E comincia la crisi. Una crisi profonda fatta di continui inizi, ripetuti abbandoni e una stasi finale che devitalizza i ragazzi conducendoli verso una frivola apatia. Nella società contemporanea però qualcosa è cambiato. Siamo pieni di possibilità e abbiamo accesso a tutto. In più non solo i messaggi mediatici, ma anche quelli dei genitori, che spesso hanno poco tempo per i loro figli, li ripagano con una sorta di permissivismo e idolatria che confonde il desiderio come la possibilità di praticare una libertà senza vincoli. E da qui inizia a diffondersi un’altra forma di ‘no’, quasi in positivo, ovvero il “Perchè no?”. Perchè, in una società che ci induce tutto, anche i desideri, e dove tutto è disponibile immediatamente, non provare a fare e a prendere tutto quello che ci offre e che vogliamo? Perchè no? Perchè il desiderio del tutto è, come afferma Massimo Recalcati, un desiderio ossessivo e quindi, una patologia del desiderio, una pulsione di morte, mentre desiderare, sempre come sostiene lo psicologo sopra citato, “significa fare del proprio desiderio una vocazione, un impegno, una possibilità che non esclude il senso del limite ma lo implica profondamente”. “Perché ci sia incontro con la verità del desiderio è necessario smarrirsi, perdersi. Fallire. Fallire significa sbagliare... e nella nostra epoca ciò non è concesso perché dobbiamo essere sempre prestanti. Ma l’esperienza del fallimento è fondamentale perché implica un interrogativo sul senso della vita. La possibilità di trasformarci. Freud sosteneva che “la parola che fallisce è rivelatrice di una verità. “Il lapsus è un errore del linguaggio. Un inciampo della parola attraverso il quale la verità si manifesta”. “Solo attraverso l’errore e il fallimento vi può essere vita”.

Spesso ci fanno credere che seguendo il nostro istinto, dove con questo termine dobbiamo intendere la nostra inclinazione naturale, quello che sentiamo dentro, nel profondo di noi stessi, sbaglieremo. Che saremo dei falliti. Che la vita perfetta è quella già confezionata dalla società, quella fatta di tappe obbligatorie: famiglia, figli, lavoro sicuro e di un certo livello, alle quali oggi si aggiungono un individualismo egoistico confuso con l’autonomia, una cura esasperata del sé con il solo fine di esibire una forza ed un potere che si credono inscalfibili e perenni. Già molti anni fa Christopher Lasch aveva parlato di “cultura del narcinismo”, neologismo formato da narcisismo e cinismo: spettacolarizzazione mediatica degli eventi criminosi, criminali e ignoranti assurti a nuovi miti e divi, malcostume sdoganato come raffinatezza, desiderio di apparire, seduzione intesa esclusivamente come forma di potere e non come gioco fra due esseri che si attraggono, volontà di fare denaro a tutti i costi, anche a costo di umiliare e infine distruggere la propria coscienza. Tutte forme queste, che escludono l’altro, proprio perché, bombardati come siamo da tutte le parti da un modello e da un pensiero unico, ne usciamo storditi, incapaci di ascoltarci. O, peggio, spaventati dall’esprimere quello che veramente siamo perché non compare nelle categorie decise per noi dalla società.

Il tema del progetto è stato ideato da Myhomegallery, Eva Comuzzi, Steve Ingham, Alberto Moreira, Aryan Ozmaei. Nella nostra carta d’identità, alla voce professione c’è probabilmente ancora scritto ‘studente’, che avremmo potuto modificare forse solo con ‘libero professionista’, ma non lo siamo, ‘insegnante’, ma non lo siamo o non siamo esattamente quello o solo quello. Siamo curatore, storico dell’arte, artista... categorie non ancora definite e riconosciute, ma persone che hanno rincorso il loro desiderio sentendosi probabilmente spesso dare anche dei falliti.

“Il fallimento non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo, ma anche il suo rovescio. Il fallimento, secondo Lacan, è proprio del funzionamento dell'inconscio”.

Frammenti di pensieri sul tema di: Valentina Barbieri, Melissa Bellotti, Ortensia Benussi, Luca Bernardi, Elisa Comper, Anna Frizzera, Diego Icobazzi, Giulia Leonardi, Cristina Maurich, Kawtar Mohammadi, Ayisha Mosbah, Arianna Pasini, Arianna Pellizzon, Giovanni Prandina, Marta Zaninello, Chiara Zuanazzi, elaborati da Eva Comuzzi

“Si può fallire in qualsiasi ambito e momento. Per non farlo è fondamentale prendere in mano la vita e dare il massimo”.
“Bisogna ritornare sui propri passi e capire che cosa si è sbagliato. Questo aiuta a darsi una via dalla quale ripartire”.

Fallire è cadere nel vuoto più buio per non essere stato in grado di raggiungere un obiettivo o per non aver realizzato ciò che avresti voluto fare. È non rispettare i propri ideali e la propria etica e andare contro di essi. Questo stato porta un senso di insicurezza, di paura, di disapprovazione e si rischia di spendere la propria vita in modo passivo o di sprecarla facendo ciò che altri hanno deciso per te. È perdere il tempo senza mai arrivare al proprio obiettivo. Questa condizione può essere percepita sia in prima che in terza persona. Può scaturire dal giudizio interiore ma anche da uno esteriore: fallire vuol dire infatti deludere principalmente sia se stessi che gli altri. Spesso il fallimento può essere definito come la conseguenza della paura di lasciarsi andare. Se ciò non avviene, se non si riesce ad esprimere quello che si sente e si ha dentro, si fallisce già in partenza. Ecco perché è necessario considerarlo come una consapevolezza in divenire, un flusso, un salto nel vuoto che inizia a manifestarsi nel momento in cui si smette di credere in un sogno. Lo si può percepire dal velo di tristezza che ti opacizza mantenendoti sempre un po’ spento. Quando esso si deposita su di noi giunge anche un senso di costrizione e la costrizione crea un limite mentale non facile da superare. Subentra il periodo della confusione interiore, il periodo in cui si fatica anche a riconoscersi. Ci si blocca rischiando di non riuscire più a muoversi. Questo momento presuppone una riflessione, un cambiamento di prospettiva e un mutamento di mentalità che implicano volontà, speranza, forza, calma e fiducia. Solo in questo modo si possono ampliare gli schemi mentali e possiamo comprendere che il fallimento non può che essere un arricchimento indispensabile per il nostro percorso e la nostra crescita.

  • Valentina Barbieri
  • Melissa Bellotti
  • Ortensia Benussi
  • Luca Bernardi
  • Elisa Comper
  • Anna Frizzera
  • Diego Icobazzi
  • Giulia Leonardi
  • Cristina Maurich
  • Kawtar Mohammadi
  • Ayisha Mosbah
  • Arianna Pasini
  • Arianna Pellizzon
  • Giovanni Prandina
  • Marta Zaninello
  • Chiara Zuanazzi